EFFETTO PLACEBO

Per effetto placebo s’intende la capacità dell’organismo di liberare sostanze endogene con finalità terapeutiche
L’effetto placebo viene utilizzato con frequenza nel campo della ricerca scientifica e in oncologia, e, spesso, vengono sviluppati protocolli scientifici terapeutici che, comparano un nuovo farmaco antiblastico a un prodotto inerte, definito appunto placebo. 
La statunitense Food and Drug Administration (FDA) considera il controllo effettuato con il placebo il migliore possibile. Le sue linee guida per la registrazione di nuove molecole ne prevedono l’utilizzo almeno per certe classi di farmaci. Sul piano scientifico sono tre gli argomenti che vengono addotti a sostegno dell’utilizzo del placebo nella ricerca clinica:

 1) il placebo costituisce un punto di riferimento; 
2) spesso risulta difficile decidere con quale trattamento sia più opportuno confrontare una nuova molecola; 
3) è più facile valutare la significatività statistica negli studi clinici controllati con il placebo. 

Che i pensieri e le emozioni possano influire sulla nostra salute, alla luce delle nuove ricerche scientifiche, non è più una novità, e sempre più in questi ultimi anni stanno nascendo pratiche sanitarie scientificamente validate, i cui risultati vengono ascritti al placebo. 
Studiosi dell’University of Michigan hanno dimostrato che, il placebo induce il nostro cervello a produrre una maggiore quantità di endorfineanalgesici naturali

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In un lavoro del 1997 (Fields, Price) si è potuto osservare, grazie alle tecniche più avanzate di imaging cerebrale, ossia PET (Positron Emission Tomog-raphy) e fMRI (functional Magnetic Resonance Imag-ing), quello che succede nel cervello dopo la somministrazione di un placebo.

Questo studio conferma quanto riportato in un precedente lavoro (Ma, Shi, Han 1992), da cui si evince che, il naloxone, farmaco che blocca l’azione della morfina e delle endorfine, somministrato assieme al placebo, ne riduce gli effetti. 
La mente, quindi, in qualche modo controlla la chimica del cervello
Come si attivi questa capacità e, come indurla in base alle necessità, sono oggetto di studio. La sfida della medicina odierna consiste nell’identificare i percorsi che, collegano le condizioni mentali alle risposte organiche fisiologiche e patologiche. 
Da anni è noto il circuito del piacere, conosciuto come sistema dopaminergico mesolimbico e caratterizzato da una rete specializzata di neuroni che, usano come neurotrasmettitore, la dopamina. Si tratta di una via cerebrale comune a diversi stimoli positivi, naturali o sintetici che siano, nella quale il risultato finale è sempre lo stesso, e cioè il rilascio di dopamina, il neurotrasmettitore coinvolto nei processi di gratificazione
Più di recente è stato identificato il sistema endocannabinoide con i suoi recettori per la morfina (CB1), che ha consentito di capire meglio i collegamenti fra le cellule del sistema nervoso. Recettori CB1 sono stati trovati anche negli adipociti e, infatti, il sistema endocannabinoide è coinvolto nell’assunzione del cibo, nel bilancio energetico e nel consumo di tabacco. 
Gli endocannabinoidi svolgono un importante ruolo nella regolazione dell’ansia e del vomito, nel controllo del dolore e nel prevenire la morte neuronale; questo è il motivo per cui la ricerca scientifica è impegnata a sviluppare farmaci derivati dalla marijuana, senza i suoi effetti collaterali. La marijuana, infatti, presenta notevoli vantaggi terapeutici in quanto allevia l’ansia e il dolore ed elimina il riflesso del vomito, riducendo i danni tossici della chemioterapia
Recenti scoperte della biologia e della neurobiologia permettono di ricostruire l’interpretazione dell’effetto placebo, in modo assai nuovo e accurato, in quanto questo particolare effetto costituisce per ogni individuo un patrimonio biologico, frutto di una complessa storia evoluzionistica collettiva, e nel contempo, espressione di una individualità biologica, correlata a una summa di esperienze cognitive. 
Lo sviluppo della PNEI (Psico-neuro-endocrino-immunologia), infatti, ha potuto spiegare come ogni minimo stimolo cerebrale si traduca in uno stimolo elettrico, e come questo, a sua volta, possa indurre modificazioni neurochimiche e liberazione di neurotrasmettitori che, attraverso la via ematica si diffondono in tutto l’organismo. 
Le risposte del S.I.(Sistema Immunitario) e i neurormoni prodotti dalle cellule immunitarie inducono parallelamente una serie di modificazioni a carico del sistema neuroendocrino e del sistema nervoso centrale, per cui questa intricata rete di recettori e messaggeri cellulari rappresenta il complesso sistema di comunicazione fra psiche e soma e, spiega ampiamente sia l’effetto placebo sia l’effetto nocebo. 

Questo evento biologico determina, come conseguenza, notevoli modifiche a carico delle strutture cerebrali, plasmandole in senso evolutivo come risposta a uno stimolo cognitivo, derivante dal sistema immunitario. 
La somma di eventi emozionali e biologici, quindi, modella lo sviluppo del bambino che, potrà a seconda delle esperienze vissute, costruire un’immagine di sé forte o inadeguata, distaccata o dipendente.A proposito di quest’ultimo, è stato dimostrato come l’ansia attivi una serie di circuiti nervosi che, dall’ipotalamo passano all’ipofisi e, da qui arrivano alla ghiandola surrenale, con conseguente liberazione di ormoni dello stress (come il cortisolo).Questo meccanismo spiega l’aumento del dolore o del vomito nei pazienti portatori di tumori, in chemioterapia. 

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Come ha scritto Edelman (2004), la mente di un individuo non risiede nel cervello, ma è rappresentata da un Io cognitivo inteso come struttura in continuo mutamento; da questa considerazione deriva che, l’effetto placebo è frutto di una summa di eventi biologici vissuti dall’organismo attraverso continui mutamenti indotti dalle varie esperienze
Le conclusioni finora raggiunte nel campo delle neuroscienze indicano che, i processi mentali derivano dall’attività di sistemi cerebrali straordinariamente intricati a molti e diversi livelli di organizzazione. 
Allo stato attuale delle conoscenze, tali livelli comprendono sicuramente quelli molecolaricellulari, di organismo (l’intera creatura) e di transorganismo (la comunicazione empatica). È sorprendente, afferma Edelman, rendersi conto di quante connessioni si proiettino da ognuno di questi livelli a un altro, da una reazione di paura indotta, da un grido di avvertimento a un processo biochimico che condiziona il comportamento futuro. 
Da un’infezione virale come stimolo del sistema immunitario si arriva ad una modificazione dello sviluppo del cervello, con una sua conseguente diversa maturazione. 
Esemplificando, se un bambino contrae una malattia esantematica di natura virale con forte reazione febbrile, espressione della produzione di anticorpi in risposta all’attacco virale, viene indotta un’intensa modificazione delle strutture cerebrali, conseguente al bombardamento di neurotrasmettitori e ormoni prodotti dai linfociti che, contemporaneamente, si attivano per produrre anticorpi. 

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Lo sviluppo della mente va reintegrato all’interno della natura; nel corso dell’evoluzione, infatti, i corpi sono pervenuti ad avere menti, ma questa osservazione non basta ad affermare che la mente è parte integrante del corpo: occorre dimostrare in che rapporto strutturale e funzionale la prima interagisca con il secondo. 
Se riportiamo queste riflessioni sullo sviluppo della mente attraverso il processo evoluzionistico all’effetto placebo, possiamo comprendere come tale risposta biologica, collegata al processo dell’apprendimento, non sia esclusivo appannaggio dell’uomo, ma appartenga in generale al mondo animale. 
L’effetto placebo, infatti, è collegato alle aspettative costruitesi attraverso l’apprendimento: ad esempio se a un topo di laboratorio viene iniettata sottocute una minima dose di apomorfina in un ambiente che gli è familiare, all’animale aumenta la salivazione e si rizza il pelo; quindi esso si appallottola manifestando sintomi di sofferenza per un breve periodo. Qualche mese dopo, se allo stesso topo, posto nello stesso ambiente, si inietta una minima dose di soluzione fisiologica, egli ripropone lo stesso tipo di comportamento sofferente. Questa reazione si definisce, al contrario dell’effetto placebo, effetto nocebo collegato all’apprendimento (Wall 1999). 
Se l’effetto placebo è la realizzazione di un’aspettativa, le aspettative si apprendono a livello individuale; se più persone condividono le stesse aspettative si genera una cultura. La cura, in generale, non può prescindere dall’aspetto relazionale, per cui se medico e malato nutrono fiducia l’uno nell’altro, la terapia, se corretta, in genere funziona. Conseguentemente, anche la compressa assume nella cultura medica occidentale il valore di un simbolo, quello della vittoria dell’intelligenza umana sui mali provocati dalla natura.