CORONA VIRUS: LA PAURA DI MORIRE, COME AFFRONTARLA E FARNE UN’OPPORTUNITA

Inizio questa serie di articoli esaminando un’emozione in particolare:
l’emozione della PAURA ci dice che se perseveriamo nel cavalcarla ci porterà verso un’altra emozione: una vera e propria PSICOSI.

La paura è un’emozione atavica, che è parte integrante del nostro cervello rettile. L’etimologia della parola paura significa letteralmente percuotere ed in senso figurato incutere timore, atterrire.  

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Da questa radice derivano poi il greco percuoto e poi il latino pavor = pauratimore,   sono percosso, sono abbattuto ed in senso lato, io temo, io ho paura. Forte movimento d’animo con turbamento dei sensi, per cui l’uomo è eccitato a fuggire un soggetto, che a lui pare nocivo.
Ecco perché la PAURA è una condizione esistenziale che accomuna tutti gli esseri umani di qualsiasi parte del mondo e se ben manipolata, può portare a comportamenti psichici fortemente disarmonici. Riporto ciò che è accaduto a Cortellazzo e nell’Oltrepò Pavese (vedi link a fondo pagina), dove 2 persone in attesa di ricevere l’esito del tampone si sono gettata dalla finestra suicidandosi (nel giornale si riporta che se anche l’esito del tampone fosse stato positivo, non ci sarebbe stato un reale pericolo di vita per la persona. La domanda da porsi è: “Qual’è la spinta che ha portato ad un gesto così pesante? Non è forse la psicosi della morte da corona virus che sta alterando i pensieri delle persone? Chi è il vero colpevole di questa morte?” So già cosa scriveranno: “Era in una situazione psichica molto debilitata”).
Ma la paura è un’emozione così importante per l’essere umano?

La risposta è SI’, perché senza la paura, metteremo le mani dentro l’acqua bollente (paura di scottarci), giocheremo con le prese della corrente (paura di restare fulminati), ci tufferemo da qualsiasi altezza senza controllare se l’acqua che c’è sotto è sufficientemente alta (non avere inibizioni).

Quindi la paura è un utilissimo campanello d’allarme che ci segnala se stiamo vivendo in modo adeguato o ci stiamo mettendo in una situazione pericolosa.

Chi ci aiuta a capire se siamo o no in pericolo?
Chi ci attiva il sistema di allarme, per cui poi il cervello rettiliano decide di innescare una delle due strade: fuggire o combattere?

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L​a centralina che gestisce la paura si chiama amigdala, o corpo amigdaloideo. L’amigdala è un complesso nucleare situato nella parte dorso mediale del lobo temporale del cervello ed è ritenuta il centro di integrazione di processi neurologici superiori come le emozioni, coinvolta anche nei sistemi della memoria emozionale. Una sorta di Norton antivirus, che analizza i dati che arrivano dal web e ne valuta la rischiosità, secondo un preciso data base e, se lo trova rischioso, ci avverte di metterlo in quarantena o di fare un’azione per eliminare il rischio.

Un secondo segnale viene inviato dal talamo alla neocorteccia. Questa ramificazione permette all’amigdala di cominciare a rispondere agli stimoli prima della neocorteccia.

Un secondo segnale viene inviato dal talamo alla neocorteccia. Questa ramificazione permette all’amigdala di cominciare a rispondere agli stimoli prima della neocorteccia.

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Quando valuta uno stimolo come pericoloso, per esempio come quelle che stanno vivendo ora la maggior parte delle persone costantemente focalizzate all’argomento corona virus, l’amigdala scatta come un sorta di bottone neurale e reagisce inviando segnali di emergenza a tutte le parti principali del cervello, stimolando il rilascio degli ormoni che innescano la reazione di stress emotivo elevato, (adrenalina, dopamina, noradrenalina); attivando il sistema cardiovascolare, i muscoli e l’intestino, nel caso noi dovessimo decidere di attaccare o fuggire, oppure innescando una sorta di “apatia mentale che ci dice, meglio ubbidire a questa situazione, che morire”.

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Durante tutto questo processo i sistemi mnemonici vengono “aperti e controllati” con precedenza assoluta, per valutare ogni informazione utile, al fine di stimare la situazione che ha generato paura.

Mentre l’ippocampo “sfoglia uno ad uno” i fatti (pochi millisecondi), l’amigdala ne giudica la valenza emozionale, dopo di che passa all’archiviazione del ricordo. Una volta archiviato nella nostra memoria emozionale, resta lì in giacenza. 

Se si dovesse presentare una situazione simile in futuro, analizzerà l’esperienza corrente, con quanto già accaduto nel passato, ne farà una comparazione e a seconda della stima fatta in precedenza, darà a tutto il sistema l’informazione di come agire e con quale intensità.
Questa esperienza che stiamo vivendo, una volta archiviata ci porterà a reagire velocemente in un prossimo futuro (o scenario analogo di intensità emotiva) con pensieri, emozioni e reazioni apprese oggi. Ecco perché continuano a dirci, che nulla sarà più come prima. Io dico che questo è il più grande neuro-condizionamento che negli ultimi 50 anni sia mai stato fatto. Ovviamente non parlo del virus, ma di come vengono usate le parole per generare emozioni negative, di sconforto e di impotenza.
Cito un lavoro clinico dello psicologo John Leach, docente dell’Università di Portsmouth, che ha studiato il modo di reagire delle persone nei momenti di pericolo, paura e panico (esattamente ciò che stiamo vivendo oggi con la pandemia corona virus). Nei suoi studi emerge che nei casi di improvvisa emergenza, dove è in gioco la vita, circa il 75% delle persone smette di ragionare razionalmente bloccandosi, invece di elaborare un piano di fuga; resta bloccato, inebetito e incapace di prendere una decisione “saggia” per la propria vita e si muoverà come un vero e proprio “gregge”, seguendo le indicazioni di chi in quel momento è al comando. Secondo lo studio di Leach, solo una parte della popolazione, circa il il 15% delle persone, di fronte a minacce improvvise, rimane sufficientemente razionale, prendendo decisioni basate su un preciso piano d’azione, che hanno come scopo unico quello di mettere in salvo la propria vita e quella dei propri cari.  Il restante 10%, gruppo molto pericoloso per la risposta emotiva pulsiva, perde la capacità di ragionare, agitandosi e provocando danni a se stessi e agli altri.

Di certo avremmo il 75% delle persone che nello specifico contesto del CORONA VIRUS, subiranno un forte stress emotivo (pensate a tutte le preoccupazioni legate al posto del lavoro, al mutuo, ai prestiti, al sostentamento della famiglia, ecc., ecc.) che li porterà piano piano ed essere assaliti dalla sensazione di impotenza.

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Questa sensazione si espanderà poi a in tutti i contesti della vita, facendoli sentire inadeguati, impotenti e preoccupati e quindi a vivere il resto della loro vita da: SOTTOMESSI.

Ciò che ci deve preoccupare in questo momento è non entrare nella “fobia” della pandemia, altrimenti entriamo in un loop che ci porterà direttamente verso il pensiero angosciante, dove la parola morte comincerà a regnare nei nostri dialoghi interiori. Questo pensiero ossessivo della morte innesca inevitabilmente quello della perdita di qualcuno, un familiare, un amico, un conoscente, portando sempre più il cervello in un dialogo interno conflittuale e irragionevole. Dialogo che può diventare un’ossessione dalla quale risulta difficile liberarsi.
Analizzando i dati con oggettività, possiamo dire che la pandemia è un fatto oggettivo (lo ha annunciato l’OMS), l’alto tasso di mortalità del corona virus lo è molto meno (i nostri morti sono per lo più persone con un carico di 3/4 patologie. Questa analisi non deve portare a dire che dovevano morire, ma l’arrivo del corona virus ha resto il loro quadro clinico, più complesso e mortale; forse anche una pesante influenza stagionale avrebbe potuto aggravare lo stato fisico della persona).
Pensare che il corona virus sia un nemico letale per tutti, genera di sicuro l’irrazionalità della paura. Tutto questo eccede rispetto al reale pericolo (basta seguire con attenzione le normative igenico sanitarie che ci sono state richieste).
Continuare a guarda i programmi televisivi in costante collegamento con il “corona virus”, restare collegato ai social leggendo tutti i commenti postati, porta la mente, ad apprendere queste strategie, trasformandole in “bottoni emozionali” che, a nostra insaputa applicheremo a tutte le situazioni della nostra vita (dolore e sofferenza, catastrofi naturali, attentati terroristici), anche quando il reale pericolo sarà superato, trasformandoci in “animali impauriti e incapaci di reagire”.

SIAMO LIBERAMENTE INTRAPPOLATI DAL LINGUAGGIO DEI GIORNALISTI, DALLE REGOLE DETTATE DA CHI CI COMANDA, DALLA CULTURA, DALLA RELIGIONE, CHE CI MODELLANO INEVITABILMENTE CREANDO LE NOSTRE CONVINZIONI!

Concludo questo primo articolo dicendo: Le parole che usi diventano la casa in cui vivi.
Quindi cosa fare in questa situazione?
Vi sembrerà semplicistico e banale, ma dovremo semplicemente divertici, ridere, giocare, leggere libri, stare con i nostri figli e continuare a dialogare con i componenti della nostra famiglia molto di più e divertirci a guadare cartoni animati come Up, Toy Story, la bella e la bestia, il piccolo Principe, inside out e molti altri. Se li guardate con occhio critico e vigile, troverete un sacco di insegnamenti per vivere questo momento con meno pathos e più ottimismo.
Amadeo Furlan